"Il fantastico e il surreale non hanno nè inizio nè fine, sono insiti nella natura dell'uomo e fanno girare la giostra delle ossessioni, linguaggi simbolo del complesso, ritornello delle paure ereditarie alle quali nessuna umanità illuminata può chiudere la porta, spettacolo inaudito che l'immaginazione offre a se stessa, teatro di ombre degli innumerevoli cambiamenti di scena".
Con queste parole Marcel Brion, dell'Accadémie Française, cercava di spiegare il "surrealismo" e il "fantastico", che tanto affascinarono il giovane Sergio Dangelo, che giovanissimo, dal 1948 al '50 (Dangelo è nato a Milano nel 1932), aderisce al surrealismo e diventa l'animatore, con Enrico Baj, dell'Arte Nucleare.
Dal 1951 ad oggi, Sergio Dangelo ha fatto 160 personali e oltre 300 collettive in tutto il mondo, animato da uno spirito di arte totale, senza limiti (surrealismo, astrattismo, arte nucleare, Cobra) e di libertà assoluta.
Alla Biennale di Venezia del 1966 Dangelo ha una sala personale e Guido Ballo parla dei suoi quadri come di gesti affettuosi, di fughe fantastiche, scatti imprevedibili, candore poetico, di risultati lirici , di grande coerenza linguistica, parla di uno dei più accesi rinnovatori dell'ambiente artistico italiano, come conferma Giuseppe Marchiori quando dice che nell'arte di Dangelo le scoperte si moltiplicano a catena, liberate dal nucleo segreto che le nascondeva alla luce della verità, la vetità del sogno, della partecipazione che il pittore raggiunge, con una strema volontà, al di fuori di ogni inganno dei sensi, in uno stato di pura allucinazione.
Mario Radice, uno dei padri dell'astrattismo geometrico, aggiunge che i quadri di Dangelo sono chiari, limpidi, che i colori sono armoniosi ed equilibrati, che il suo surrealismo è gentile e l'astrattismo è sorridente.
Walter Schoenenberger parla di "un mondo ritrovato ancora abitabile, fatto di cascami ripuliti, trasformati da colori dolci o intensi, mai aggressivi. In questa riconciliazione con il mondo è tutta la poetica di questo surrealista, pittore poeta. Una fantasia aerea, mercuriale, che scopre, senza maschere, tutta la fiducia, intatta, nel fare dell'uomo, nella sua capacità di trasformare le cose".
Sergio Dangelo dice di se stesso:"Ho amato Ennio Tomiolo, faro-guida della pittura magico-realistica, Lucio Fontana, Gianni Dova, Cesare Peverelli, Arshile Gorky, Tobey, Tancredi e Max Ernst, in loro ho sempre trovato un alto quoziente di libertà personale e dell'indifferenza verso la propria opera".
"Dangelo ama la materia pittorica, vuole il colore terso, l'opera sempre nuova, senza sbavature, graffi. La rilegge ogni volta con passione, rintraccia il momento, la ragione secondo una sua logica tutta emozioni e caso. Già, Dangelo non ha età. Semplicemente è": sono le parole di Renzo Modesti, mentre il vecchio amico Everardo Dalla Noce, in occasione della mostra di Dangelo nella Sala delle Cariatidi a Palazzo Reale di Milano (1972) scrive su "Il Sole 24 Ore": "Dangelo musicista e letterato anche, vive della sua indipendenza di uomo difensore dei suoi ideali".
Noi possiamo solo aggiungere che la pittura di Sergio Dangelo si può permettere ogni sorta di libertà, che non è obbligata a seguire le regole di composizione, a rispettare superfici e margini: essa è completamente libera degli imperativi e in particolare di quelli che definiscono e determinano la pratica della pittura attraverso il modernismo.
La pittura di Sergio Dangelo incarna ed esemplifica il senso inebriante di essere veramente libera (non contaminata) dai fardelli della storia, possedendo soltanto il fardello della propria autonomia.